Protagonisti per caso: la vicenda di Giuseppe Miano dalla Sicilia a Dora Mittelbau. Di Antonino Palella

Avevo poco più di quattro anni quando nel 1980 mio nonno morì
all’età di settantadue anni, un evento che è poco più che un ricordo della mia
storia familiare e personale. Di lui me ne parlavano tutti i giorni mia madre e
mia zia, le figlie.
Bracciante, contadino, barbiere, soldato volontario nella Campagna d’Africa e
poi coscritto nella Seconda Guerra Mondiale. «Prigioniero in Germania nei campi
di sterminio» – ripeteva mia zia – «di lui non abbiamo avuto notizie per tre
anni, poi qualche breve accenno dal Vaticano». Mia mamma spesso aggiungeva:
«quando è tornato dalla guerra, avevo undici anni, e per voto di ringraziamento
andai con lui al Santuario della Madonna del Tindari a piedi. Arrivata ad un
certo punto mi sono stancata e mi misero su di un’asina in un cofano».
Per anni, quelli della mia infanzia, furono questi i ricordi dell’esperienza
bellica di mio nonno, Giuseppe Miano, fino a quando un giorno, durante la
raccolta delle olive non ho notato che c’era un sacco dal colore diverso e dalla
trama più fitta. Quel sacco mi incuriosiva sempre di più perché era il vero
jolly della situazione e serviva per tutto. In inverno si usava per le arance,
in primavera per le fave, in estate per le patate. Gira e rigira, lo si trovava
sempre utilizzato.
«Questo sacco mio padre l’ha portato dalla Germania» – ripeteva mia zia – «non
si strappa mai» ebbene quel sacco aveva una storia. Mio nonno in Germania dopo
la guerra non c’era più stato, quindi per forza di cose, quel sacco era un
reperto storico, ma io ancora non lo sapevo. Passano gli anni, procedo nella
scuola e negli studi. Incontro due persone fondamentali per la mia crescita
umana e per la mia formazione storica: il mio maestro della scuola elementare e
la mia professoressa di Storia e Filosofia del Liceo. Il primo, un uomo dalla
solida formazione umanistica, classe 1926, di nome Santi Muscolino, testimone
diretto delle miserie e delle tragedie della guerra. Ci spiegava la storia
utilizzando un metro da muratore come puntatore sulla carta geografica.
Memorabile una delle sue frasi, pronunciata indicando la nostra penisola che
resterà indelebile nella mia mente assorbente di bambino: «l’8 settembre 1943
l’Italia si spaccò in due».
Negli anni, molti progressi furono fatti anche nella coscienza storica e negli
studi sulla Seconda guerra mondiale, sul nazismo e sulla shoah. Paradossalmente
la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo hanno in un certo senso
favorito la “riscoperta” di un pezzo di storia poco approfondito.
Era il 1994 quando in classe la mia docente di Storia e Filosofia, Francesca
Gullotta, ci invitava, dopo la visione del film Schindler’s List, ad
approfondire l’argomento. Un po’ per curiosità personale e un po’ per far bella
figura con la mia professoressa di Storia, mi misi a cercare nei documenti di
famiglia, lasciati in un cassetto della casa ormai poco frequentata dei miei
nonni e quindi tiro fuori qualche carta ripiegata.
Il primo foglietto è una fotocopia del supplemento ordinario alla Gazzetta
Ufficiale n. 130 del 22 maggio 1968, e si ritrova sottolineato Miano Giuseppe
inserito fra i deportati nel campo di Dora con il numero 132954.
Nel secondo fascicoletto si legge che la commissione della Presidenza del
Consiglio dei Ministri con deliberazione n. 31348 del 30 settembre 1975 ha
stabilito che Miano Giuseppe “ha sofferto misure di persecuzione prima della
data dell’8 settembre 1943 e che lo stesso è stato deportato nei campi di
sterminio nazisti, sottoposto a sevizie e privazione della libertà personale,
riportandone menomazioni fisiche e morali”. La stessa commissione ha
riconosciuto che Miano Giuseppe è stato deportato nei campi di sterminio
nazisti, rimanendovi ristretto fino alla liberazione, avvenuta il 6 maggio 1945,
per essersi rifiutato di collaborare con i nazifascisti.
La vicenda diventa sempre più interessante anche perché quella storia letta sui
libri e poi proiettata nei film era entrata in casa, anzi era presente in casa e
io non ne ero consapevole. Una cosa è studiare la storia attraverso le fonti
ufficiali, altra cosa è apprenderla dai documenti di famiglia, dalle foto, dai
racconti affettuosi ma nello stesso tempo dolorosi dei parenti più stretti. Mia
madre era troppo piccola, mia zia soprassedeva perché forse non voleva
ricordare. La guerra per loro era stata fame, sofferenza, umiliazioni. Due
bambine che per più di dieci anni, a singhiozzi, non avevano più visto il loro
padre ed erano cresciute come orfane. Mia zia pregava spesso e non mancava nella
sua preghiera quotidiana un santo rosario per la pace nel mondo. (Chissà cosa
avrebbe pensato oggi della guerra in Ucraina e di quella in Medioriente!).
La mia ricerca di fonti sulle vicende di guerra di mio nonno non si ferma, anche
se rallenta un po’ per motivi studio, lavoro e condizioni di salute dei miei
genitori e di mia zia. Studio e approfondisco sempre guidato dalla mia mentor,
sebbene non più mia docente, Francesca Gullotta. Internet mi dà una mano enorme
con la costituzione di siti tematici e di associazioni come ANED e ANPI. Con
l’aiuto e l’assistenza sindacale del futuro Sindaco di Antillo, Antonio Di
Ciuccio, a mia madre e mia zia viene riconosciuto un piccolo assegno vitalizio
di guerra a sostegno del reddito in quanto in base ad una legge del 1994 visto
mio nonno era morto senza percepire nessuna indennità di guerra, l’assegno era
reversibile ai figli ultrasessantacinquenni in determinate condizioni di
reddito. L’assegno era veramente misero anche perché ridotto dai governi di
Berlusconi e di centrodestra, ma era un piccolo segno di riconoscimento per le
vicende tristissime vissute direttamente da mio nonno e di riflesso dalle
figlie, costrette a crescere prima del tempo. Mia nonna, debole di salute e
molto attaccata al marito, già orfana di padre della Prima Guerra Mondiale, non
aveva ben sopportato la lontananza ed era caduta in profonda depressione. Così
mia zia a undici anni dietro la mucca a pascolare e mia madre a nove anni a fare
il pane in casa (“la prima volta che lo infornai non arrivavo nemmeno alla bocca
del forno e salivo su di uno sgabello” -andava ripetendo nei suoi racconti).
Io, da parte mia, continuavo a raccogliere documenti e reperti, ma, ahimè, di
quel sacco bianco non trovavo più nessuna traccia. Una croce di guerra, una
gavetta militare in alluminio, alcune foto della Campagna in Africa e tante
lettere e cartoline militari. Le raccoglievo e ordinavo per data dalla più
antica a quella più recente. Le lettere dal fronte greco-albanese si fermavano
al 1942 e fino ad una delle ultime lettere ritrovate si nutrivano speranze di
vittoria per l’Asse italo-tedesco.
Un anno cruciale nella riconquista della memoria del passato come essenza del
presente è stato il 2016. Nel vetusto magazzino-fienile di famiglia ormai in
disuso crollava una parte di tetto a tegole e cominciavano le infiltrazioni
d’acqua. Necessitavano lavori e soprattutto bisognava rimuovere scatole e
cassette piene di calcinacci e di carte accatastate in soffitta. Vengo chiamato
dagli operai a far un discernimento fra materiale da discarica e materiale da
conservare. Dopo due ore di intenso lavoro mi imbatto in una busta bianca,
grande meno di un foglio A4 per stampante, ingiallita, sporca di vecchiezza.
Sull’esterno c’è scritto a caratteri maiuscoli “EMILIA E PROVVIDENZA MIANO
ANTILLO EREDI DI MIANO GIUSEPPE”.
Incuriosito apro la busta e trovo in ordine il foglio matricolare e
caratteristico e due diplomi di benemerenza del 15 maggio 1957 per
l’assegnazione della croce di guerra per internamento in Germania. Nei documenti
di accompagnamento ci sono tre lettere: una del comando militare territoriale di
Palermo, la seconda del Ministero del Tesoro e la terza del Comune di Antillo.
In breve, ricostruisco che questi riconoscimenti non erano giunti in tempo a
destinazione visto che mio nonno era morto il 17 ottobre 1980 e quindi erano
stati recapitati a mia zia e mia madre successivamente.
Ora avevo davvero tutto, potevo inoltrare l’istanza per il riconoscimento della
Medaglia di Onore che annualmente la Presidenza del Consiglio assegna
nominalmente a tutti coloro che sono stati rinchiusi in campi di internamento,
concentramento o sterminio tedesco.
Ne parlo con mia madre, che si mostra riluttante e poi con mia zia che invece
accetta di firmare l’istanza. Spedisco tutto e riprendo normalmente la mia vita.
Il 2 gennaio del 2017, mentre mi trovavo a pranzo dai miei suoceri vengo
contattato da un numero sul cellulare che non riconosco. Dopo alcune ricerche mi
compare che si tratta del numero della caserma dei carabinieri di Santa Teresa
di Riva. Li contatto e mi comunicano che a mio nonno era stata concessa la
Medaglia d’Onore e che la stessa sarebbe stata consegnata alle figlie o eredi
nella giornata del 27 gennaio 2017 presso la Prefettura di Messina alla presenza
del Prefetto e del Sindaco di Antillo. Vengo quindi contattato dalla funzionaria
preposta che mi chiede di inviare alcune notizie in mio possesso sulla vicenda
di mio nonno. Di nuovo a cercare di scavare nella sofferenza di mia zia metto
insieme alcuni aneddoti e ricostruisco alcune notizie biografiche e avventure di
guerra.
La morte di mia zia nel 2018 e di mia madre nel 2020 comportano un mio
momentaneo rallentamento nella ricerca sulla storia di mio nonno e quando la
Presidente dell’ANPI zona ionica mi richiede delucidazioni su Giuseppe Miano
posso ricostruire la scheda seguente arricchita dalla bibliografia suggeritami
dall’indimenticabile Francesca Gullotta e dai documenti che gentilmente il
gruppo FB IMI insieme all’Archivio Storico Tedesco “Arolsen” mi hanno fornito.
«Giuseppe Miano nasce ad Antillo (provincia di Messina) il 4 giugno 1908 in una
casetta in pietrame e calce, posta in via Castello, quarto figlio di Carmelo,
contadino analfabeta, e Carmela Costa, contadina anch’ella analfabeta.
A differenza dei genitori, Giuseppe compie gli studi elementari frequentando
fino alla classe quarta, ma nello stesso tempo apprende velocemente il mestiere
di contadino, specializzandosi nella costruzione di muri a secco. In
particolare, si trova impegnato nella costruzione della carrabile che negli anni
’20 dal passo Aranciara portava fino a Mitta nel territorio di Casalvecchio
Siculo, con duro lavoro di spaccatura delle pietre per la costruzione dei
tornanti che ancora oggi conducono ad Antillo.
Nel 1927, all’età di 19 anni, si sposa con Domenica Palella, di anni 18, figlia
di Carmelo, già deceduto per ferite riportate nella Prima guerra mondiale.
Nel 1928 la coppia ha una prima figlia di nome Antonina che viene partorita
priva di vita. Nel 1929, il 17 giugno, nasce Emilia e, il 10 marzo 1934,
Provvidenza.
Dai documenti militari in possesso emerge che Giuseppe è stato chiamato alle
armi come soldato di leva il 26 aprile 1928 nel 10° reggimento dei bersaglieri
di Palermo. Il 10 maggio dello stesso anno viene riformato per ernia inguinale
destra in seguito a rassegna subita presso l’ospedale militare di Palermo.
Sempre dal foglio matricolare e caratteristico si apprende che il primo di
agosto del 1940, Giuseppe viene messo a disposizione della M.V.S.N. e mobilitato
presso il 166° Battaglione CC.NN. Peloro in Messina il 20 agosto del 1940.
Fra il 21 agosto e il 22 settembre, viene probabilmente addestrato, infatti il
23 settembre, sempre da Messina, egli scrive una breve lettera alla moglie in
cui annuncia che la stessa sera partirà per Bari, dove sicuramente si trova il
25 settembre, data in cui invia una cartolina alla famiglia, gelosamente
custodita.
L’imbarco avviene nella giornata del 27 settembre e nella giornata successiva
viene registrato l’arrivo a Durazzo. Nella lettera del 28 settembre, Giuseppe
Miano del 166 battaglione “divisione Piemonte” scrive alla moglie dicendo che il
30 settembre sarebbe stato spostato a Tirana. Dall’Albania il soldato Miano
viene quindi trasferito in Grecia. Le notizie sulle sue vicende di guerra sono
frammentarie e spesso affidate alle lettere che invia alla moglie e alle figlie,
dove si legge la malinconia per la lontananza e, fino al 1942, la fiducia nella
vittoria.
Nel foglio matricolare è riportata la data del 9 settembre 1943 come giorno
della cattura dei tedeschi in Grecia e della conseguente deportazione in
Germania. Della prigionia in Germania, poco si sa e poco ha raccontato alle
figlie, volendo cancellare dalla memoria quel dramma vissuto, ritenendosi sempre
un miracolato e subendo l’onta della sconfitta e della sopravvivenza rispetto a
tanti commilitoni. Della Germania non ne voleva sentire parlare neanche quando
gli si prospettava l’emigrazione per lavoro. “Io la Germania, l’ho conosciuta e
non voglio più vederla” andava ripetendo.
Tuttavia, grazie ai documenti ritrovati tramite l’Archivio Arolsen su
suggerimento del gruppo FB IMI si può ricostruire che il suo peregrinare in
Germania: prima tappa certa è lo Stalag III D di Berlino. Cos’è uno Stalag? È
una abbreviazione di Stammlager che a sua volta è un’abbreviazione di
Mannschaftsstamm- und Straflager, è un termine utilizzato per indicare i campi
di prigionia tedeschi per i prigionieri di guerra.
Nello Stalag III D di Berlino, nel dicembre 1943, furono registrati 30.519
I.M.I. (Internati Militari Italiani), che lavorarono presso centinaia di
Arbeitskommando nell’industria bellica di Berlino e ovunque nella città,
soprattutto levar macerie in condizioni di sopravvivenza; molti morirono per
malnutrizione e malattie.
Di seguito il suo nominativo risulta nella cittadina di Döbern/Niederlausitz
proveniente dallo Stalag III D di Berlino con il numero di matricola 314681,
professione contadino.
Nel Libro dei deportati, Vol. I, I deportati politici 1943-1945, a cura di
Giovanna D’Amico, Giovanni Villari, Francesco Cassata, Milano, Mursia 2009,
Giuseppe Miano risulta deportato a Dora dove giunge l’11/03/1945 come
Zivilarbeiter ed è classificato come PH, cioè come “detenuto di competenza della
polizia”. Il campo di Dora-Mittelbau era distante dallo Stalag III di Berlino
circa 270 km. Quindi lo spostamento in tale sede sarà stato appositamente
deliberato e potrebbe essere la conseguenza di qualche punizione inflitta in
seguito ad azioni di rivolta o insubordinazione del prigioniero.
Su questo punto bisogna aggiungere una nota di ricerca storica. Nello Stalag III
D di Berlino, nel dicembre 1943, erano stati registrati 30.519 I.M.I. (Internati
Militari Italiani), che lavoravano presso centinaia di Arbeitskommando
nell’industria bellica di Berlino e ovunque nella città, soprattutto a levar
macerie in condizioni di sopravvivenza; molti morirono per malnutrizione e
malattie.
Nel luglio del 1944 Mussolini ottenne da Hitler che gli internati militari non
fossero più soggetti al controllo della Wehrmacht. I nazionalsocialisti li
dichiararono lavoratori civili, Zivilarbeiter. In quanto tali poterono lasciare
i lager ed ebbero più facile accesso ai viveri. Le condizioni di lavoro tuttavia
non mutarono. A sorvegliare gli italiani erano ora la polizia e la Gestapo. Il
passaggio dei militari internati a lavoratori civili fece aumentare il prestigio
della Repubblica Sociale Italiana (RSI). I tedeschi speravano soprattutto che
gli italiani si impegnassero di più nel lavoro. Per un breve periodo la
situazione di molti ex internati militari migliorò. Ben presto, tuttavia,
l’andamento della guerra portò a un peggioramento degli approvvigionamenti. I
bombardamenti degli Alleati costituivano un pericolo anche per gli italiani.
Verso la fine della guerra la Wehrmacht e la Gestapo uccisero arbitrariamente
grandi gruppi di lavoratori coatti italiani.
Dal 6 maggio, data di liberazione, Giuseppe Miano ritorna in Italia a Verona,
presso il centro di alloggio, il 23 agosto 1945. Rientra quindi a Messina e
viene inviato in licenza di rimpatrio prima e poi definitivamente congedato il
30 ottobre.
Sul supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 130 del 22 maggio 1968,
Miano Giuseppe è inserito fra i deportati nel campo di Dora con il numero
132954.
La commissione della Presidenza del Consiglio dei Ministri con deliberazione n.
31348 del 30 settembre 1975 ha stabilito che Miano Giuseppe “ha sofferto misure
di persecuzione prima della data dell’8 settembre 1943 e che lo stesso è stato
deportato nei campi di sterminio nazisti, sottoposto a sevizie e privazione
della libertà personale, riportandone menomazioni fisiche e morali”. La stessa
commissione ha riconosciuto che Miano Giuseppe è stato deportato nei campi di
sterminio nazisti, rimanendovi ristretto fino alla liberazione, avvenuta il 6
maggio 1945, per essersi rifiutato di collaborare con i nazifascisti.
Un altro ricordo viene citato ancora dalle figlie: il pensiero del padre al
medico tedesco che gli ha salvato la vita, quando in prossimità della
liberazione e dell’imminente sconfitta della Germania, il quartier generale
tedesco aveva dato ordine di uccidere con pane avvelenato tutti i prigionieri
del campo di Dora. Quel medico, suggerendo di aspettare ancora qualche giorno,
aveva salvato a loro la vita. Giuseppe Miano, all’arrivo delle truppe alleate
pesava poco più di 36 chili per 1 e 75 circa di altezza. I medici alleati
ordinavano di somministrare prima acqua e solo successivamente latte. Infine,
tutti i prigionieri ricevevano dal comando angloamericano carta bianca di
procurarsi in qualunque modo cibo e viveri.
Il 15 maggio del 1957 a Miano Giuseppe veniva riconosciuta la Croce al merito di
guerra per internamento in Germania. Per ritardi burocratici e inadempienze
varie, il diploma e la croce arrivavano al Comune di Antillo il 18 marzo del
1981, quindi rispediti indietro e solo successivamente fatti recapitare in modo
freddo e distaccato alle figlie.
Giuseppe Miano, infatti, si era spento nella casa coniugale il 17 ottobre del
1980. A lui e alla famiglia era stato negato il tributo della bandiera come
combattente in quanto, al dire del gruppo dei veterani locali della Prima guerra
mondiale, avendo sostenuto la Seconda guerra mondiale, non meritava tale onore
appartenendo agli sconfitti.
La medaglia d’onore conferita, per mano del Prefetto di Messina nella giornata
del 27 gennaio 2017, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri rende giustizia
alla sua memoria e al ricordo di lui che le sue figlie e i suoi nipoti
custodiranno orgogliosamente.


