La voce di Maria, ottant’anni a gennaio 2025, dall’altra parte del telefono è
incerta.
Mentre le parlo mi chiedo se questo portarla a tornare su eventi dolorosi nella
sua storia non sia un impertinente indagare su un passato ricacciato nei meandri
di un oblio rassicurante.
La sua domanda è chiara: «Cosa vuol sapere da me? Avevo solo due mesi quando
papà è morto. Sono andata a Flossenbürg con mio cugino, Letterio Cifalà.
Andavo quasi ogni anno a Scaletta con la mamma a trovare i parenti di papà.
Clelia e suo marito Letterio sono stati per me come fratello e sorella».
Tace. Penso al suo viaggio e a come debba essere stato devastante per lei
fermarsi davanti a quei cumuli di cenere attorno al crematorio di Flossenbürg.
Lei cercava una tomba, invece ha trovato solo una Piramide di cenere e fosse di
cenere nella “Valle della Morte”, al Memoriale del campo di concentramento di
Flossenbürg.
Mi chiedo se sa se suo padre ne Il libro digitale dei morti è schedato come
Agostino, così nella scheda dell’ANPI Liguria con una cancellazione a penna
sulla o e la s, sostituite sopra con la a.
Sì, perché Agatino è nome siciliano: un santo martirizzato a Malta o forse
variante maschile di Agata, patrona di Catania.
Un nome che racchiude in sé il significato di buono, nobile e virtuoso, un nome
poco diffuso fuori dalla Sicilia.
Poi
torna a parlare di Scaletta Zanclea, del mare, dei cugini che le restituiscono
un po’ del padre perduto per sempre.
Scaletta era un paese di pescatori, oggi l’unico del litorale senza lungomare.
Una casa accanto all’altra a ridosso della ferrovia, sotto il capo a strapiombo
sul mare, case in parte portate via dall’alluvione del 2009.
Qualche giorno più tardi mi manda una foto e sente il bisogno di chiamarmi: «Ha
visto come è bello il mio papà?».
Vent’anni, due occhi grandi con un’espressione rapita, quel ragazzo in divisa mi
fa pensare a ‘Ndria Cambria, il marinaio, nocchiero semplice della fu Regia
marina italiana, che arrivò sui mari dello Scill’e Cariddi.
Mi racconta che il padre e la madre, Antonina Neri, vivevano a Genova in via
Sturla.
La madre era rimasta incinta ed il padre era andata a trovarla.
Lo arrestarono e lo portarono alla casa dello studente.
Mentre mi parla ragiono sulla circostanza che anche Eugenio Pertini, fratello di
Sandro, il futuro presidente della Repubblica, fu arrestato a Genova nell’aprile
del 1944 e poi portato alla casa dello studente, sede della Gestapo, dove fu
torturato.
Eugenio Pertini (21732), che era partito sullo stesso convoglio insieme al padre
di Maria da Bolzano il 5 settembre di quell’anno, morì il 25 aprile 1945
probabilmente – come scrive il fratello Sandro – «nello stesso momento, alla
stessa ora, nello stesso giorno, in cui alla testa dei partigiani inneggiavo
alla libertà riconquistata a Milano».
Lei non fa cenno delle torture ed io mi guardo bene dal parlargliene.
Mi dice solo che alla madre, che voleva vederlo, dissero che doveva tornare il
giorno dopo.
Ma il giorno dopo era partito alle quattro del mattino e lei non riuscì a dirgli
addio.
Le dissero anche che il treno, diretto a Bolzano, aveva avuto un incidente nei
presi di Verona ed il marito era rimasto ferito.
Un modo per tacere delle torture e giustificare le ferite?
Le chiedo se sa che suo padre fu arrestato perché antifascista. Mi dice di no.
Il padre era troppo giovane per avere una chiara coscienza politica. Aveva solo
ventitré anni.
Eppure su quel trasporto, il trasporto 81, erano tutti prigionieri politici. Ma
non insisto.
Italo Tibaldi, sopravvissuto del campo di concentramento di Mauthausen, scrive
che trasporto, traduzione del termine tedesco Transport, è un termine quasi
neutrale co-me del resto molti termini tecnici usati dai nazisti per celare con
cinici eufemismi la realtà dello sterminio.
432 prigionieri politici provenienti da quasi tutte le regioni d’Italia e
dall’estero.
Figure di spicco delle Resistenza, oppositori di diverso orientamento politico
(repubblicani, monarchici, liberali, cattolici, comunisti e anarchici). Operai
delle fabbriche del nord Italia, partigiani rastrellati sulla montagna, anche
quattro ebrei, quattro generali e qualche militare.
I deportati del Trasporto 81, il primo dei trasporti, furono immatricolati a
Flossenbürg il 7 settembre, dopo cinquanta ore di viaggio, con i numeri dal
21402 al 21834 e contrassegnati con il triangolo rosso.
Agatino aveva il numero di matricola 21513.
Alla fine della guerra solo 122 furono i sopravvissuti.
Dai loro racconti abbiamo un quadro terrificante della vita e della morte nel
campo.
La vita quotidiana nel campo di concentramento era pericolosa e spesso mortale
per i prigionieri.
Le condizioni erano crudeli e disumane.
Soggiogati, umiliati e sfruttati con lavoro forzato, molti deportati morirono
per maltrattamenti.
«Il paese di pochissime case si trovava sul dosso di una collina in una regione
della Germania particolarmente fredda.
Alla stazione mi colpì un deposito di pietre di tutte le dimensioni e pesi:
fummo informati, dopo, che una cava di pietre era uno dei principali lavori del
detto campo». Enrico Magenes (21679).
«Sempre urlando e spintonandoci senza un perché, i nazisti coadiuvati dai Kapo
ci incolonnarono per cinque e così come degli automi salimmo verso il paese; il
lager era in cima al colle. L’indifferenza della gente del posto al nostro
passaggio era quasi totale». Venanzio Gibillini (21626).
Migliaia di prigionieri del campo di concentramento erano costretti a lavorare
nella cava di Flossenbürg, di proprietà della Deutshe Erd-und Steinwerke (DESt).
Non adeguatamente vestiti e senza le misure di sicurezza, con ogni tempo i
prigionieri furono costretti a rimuovere terra, far saltare blocchi di granito,
spingere vagoncini e trasportare pietre.
Gli incidenti erano all’ordine del giorno.
Il freddo, il lavoro estenuante, la grave malnutrizione e la violenza arbitraria
delle SS e dei Kapo causarono la morte di molti prigionieri.
L’amministrazione e la sorveglianza del campo di concentramento erano i compiti
principali delle SS.
A questo scopo furono impiegati membri delle divisioni SS Testa di Morto (Totenkopfverbände).
La SS si considerava un ordine ideologico ed un élite razziale
«Sulle nostre teste c’è una rete intricata di tubi.
Tutto è imbiancato a calce: è la doccia.
Ci ordinano di spogliarci.
Qualcuno protesta e arrivano i Kapo.
Ognuno brandisce un pezzo di tubo nero di gomma dura, il Gummi, che cade sulle
teste, spalle e natiche con terribile violenza per straziare le nostre carni
nude.
Come demoni furiosi attaccano alla rinfusa e urlano spiritati.
Impazziti, corriamo uno contro l’altro e le nostre grida si sommano all’eco
delle pareti vuote per assordarci in un crescendo indicibile.
Di colpo dalle docce pr
ecipita
l’acqua insieme alla gragnola delle nerbate nere e cruente». Ettore Bocchetta
(21631).
«La vestizione si svolse invece in tutt’altra maniera: entrò, infatti in scena
un losco figuro, armato di un lungo bastone di gomma; lo soprannominammo el
matador.
Questi era appostato vicino alla porta e con il tubo di gomma assestava dei
poderosi colpi sulle nostre spalle mentre noi raccoglievamo quello che
riuscivamo a raccogliere da un mucchio di stracci accantonati in mezzo al
locale». Ferruccio Belli (21678).
«Dal laboratorio è uscito un paziente è Mario Ardu (21672).
Ha una gamba scuoiata, gli è stata tolta la pelle dal polpaccio fino alla
caviglia. Cerco di sorreggerlo e lo chiamo con tenerezza.
Ma il volto ha perso ogni espressione (ricordo che parlava con gli occhi).
Di schianto smette di gridare, si affloscia inerte, muore.
Il mio sconcerto supera il mio sdegno.
Ma poi mi calmo e mi accorgo che il suo volto ha riacquistato ora la sua
espressione di serenità.
Grazie sorella Morte, qui più pietosa della vita!».
«In principio si parlava di politica, di patria, di libertà, di tante cose, di
pace.
Poi… man mano sono morti tutti, prima sono morti i nostri compagni che avevano
una età media, che erano studiosi, che erano professori laureati, persone con
famiglia, poi ho visto morire gente robustissima, proprio negli ultimi mesi.
Ragazzi di Udine, boscaioli, carbonari di Udine, presi come partigiani e poi un
po’ tutti gli altri, uno dopo l’altro sono morti tutti». Augusto Cognasso
(21636).
Tra loro anche Agatino, che muore il 24 marzo del 1945 per deperimento.
Torno a pensare a ‘Ndria Cambria, il protagonista dell’Horcynus Orca di Stefano
d’Arrigo, che dopo l’8 settembre aveva gettato le armi e cercato di tornare a
casa.
Agatino non fugge e sceglie la strada coraggiosa dell’antifascismo, così come si
legge in un atto notorio redatto dalla Pretura di Genova (n. 5482): «Fu
arrestato dalle SS tedesche il 28 maggio 1944 per rappresaglia e il 2 agosto del
1944 deportato in Germania nel campo di concentramento di Flossenbürg, ove
decedette il 24/03/1945.
Dichiara, inoltre, che prima del suo arresto era antifascista».
I deportati del Treno 81 (Download 4.606 KB)
