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  Maria Antonietta Muscarà, antifascista e partigiana

Maria Antonietta Muscarà, antifascista e partigiana

Maria Antonietta Muscarà (Mili San Pietro, Messina 23-1-1895, Ferrara 18-08-1972) ha militato nella 35a Brigata "Bruno Rizzieri".
Ha operato a Ferrara.
Nacque nel versante jonico di Messina, nel villaggio collinare di Mili San Pietro (un luogo che rimase sempre nel suo cuore).
Il padre Carmelo Muscarà, impiegato all’ufficio igiene al comune di Messina, si sposò con Domenica Romano (benestante di famiglia e donna generosa, dallo spirito imprenditoriale) e dal matrimonio nacquero tre figlie femmine: Giuseppina, Santa e appunto Maria Antonietta. Sposate le prime due figlie, si trasferì agli inizi del 1900 con la moglie e la figlia piccola al centro di Messina, in una comoda e confortevole abitazione nei pressi dell’Università.
Frequentò le scuole elementari e concluse queste andò a “maìstra”, ad imparare l’arte della sarta.
Scampò, tredicenne, al terremoto di Messina del 1908.
Fu costretta ad imbarcarsi con altri superstiti e visse circa un anno da profuga a Palermo, separata dal resto della famiglia e – per molto tempo – ritenendosi orfana. La madre Mica – gravemente ferita alla testa dal terremoto – fu pure condotta a Palermo via nave.
Ricongiunte madre e figlia rientrarono a Messina dopo qualche tempo.
Maria Antonietta si fidanza a 17 anni e si sposa l’anno seguente, nel 1913, con Giovanni Galeotti, 22 anni, trasferitosi a Messina da Catania e apprendista pasticcere e liquoriere.
Con lui ebbe 4 figli Giuseppe, Domenico, Carmelo e Valentino.
Nel 1932 Giovanni, il marito di Maria arrivò in Libia in cerca di miglior vita e lì prese in gestione una gelateria di italiani (Fratelli Fabi).
Il figlio Domenico partito con il padre imparò a fare il cameriere nel Bar che gestivano “La casa del Freddo”.
Maria con gli altri tre figli li raggiunsero a Tripoli nel novembre 1933, insieme al loro cagnolino Bobby.
Nel 1942 la situazione diventò insostenibile.
L’Italia era in guerra e i due figli più grandi erano già militari in guerra.
Il più grande, Pippo, era disperso. Il secondo, Mimmo, era sul fronte libico-egiziano.
Ai due figli più piccoli, adolescenti, non era più garantita la possibilità di studiare: la scuola era chiusa da più di un anno.
Maria decise così di partire dalla Libia e cercare rifugio “forzato” in Italia con i figli più piccoli: Carmelo e Valentino.
Nel viaggio di rientro in Italia i tre scamparono da morte certa per un puro caso: decisero si rientrare via aerea, (sembrava più sicuro e veloce rispetto alla nave mercantile militare): partirono il 21 gennaio del 1942 e il loro aereo che rimpatriava altri civili riuscì a scampare dall’attacco inglese sul mediterraneo e atterrarono in Sicilia pressoché incolumi.
Gli altri due aerei che trasportavano civili, partiti pochi secondi prima furono abbattuti.
Si racconta che Maria Muscarà arrivò a Milano con i 2 figli su un altro volo militare e che non avessero nulla con sé, solo negli occhi il terrore della guerra e della morte certa che pensavano aver scampato e i vestiti che avevano addosso.
A Milano, appena li videro atterrare – "Sì italiani ma anche meridionali…" – dissero loro: "Ma non siete italiani, siete terrun! tornatevene nella vostra terra, qui non siete benvenuti".
E così fu. Tornarono in Sicilia, Maria aveva 47 anni, il figlio piccolo Valentino ne aveva 15 anni.
Tornarono a Messina da profughi di guerra, ma non trovarono dallo Stato l’aiuto sperato.
La fame e la frustrazione della guerra arrivarono presto anche lì.
Non aveva, ormai da mesi, alcuna notizia né del marito (Tripoli fu presa dagli inglesi nel 1943), né dei figli maggiori.
Si aspettava da un momento all’altro un telegramma con notizie infauste.
Il cibo era razionato. Il pane si prendeva con la tessera.
Nel marzo del 1943 fu arrestata con l’accusa di offese scritte al re, al duce e per complottato contro il regime.
Pare che fosse in fila con la tessera del pane e che si fosse lamentata della situazione.
Condotta dapprima in camera di sicurezza, rimase nelle carceri di Alì Marina (Messina).
Da lì, una volta uscita, si trasferì a Ferrara, in via Mazzini 101 e dopo l’8 settembre riprese l’attività clandestina organizzando scritte sui muri.
Pochi giorni prima della Liberazione per sfuggire ai nazisti fu costretta a rifugiarsi negli scantinati della scuola "Alfonso Varano", con tre dei quattro figli che nel frattempo la raggiunsero; qui nascose i partigiani, oltre alle bombe a mano, ai fucili e a due mitragliatrici.
Riuscì a salvare i figli di 16 e 18 anni dal prelievo forzato che effettuarono i tedeschi.
Prese tutti i suoi beni e li lasciò ai piedi dei soldati: “Prendete tutto quello che ho e lasciate i miei figli”.
E’ stata riconosciuta anche come perseguitata politica. Ha ottenuto la qualifica di Benemerita dal settembre 1943.

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