
(di Angela Maria Trimarchi)
Il 21 marzo del 2020 quando vidi sul giornale la foto di Lorena Quaranta,
barbaramente uccisa dal suo fidanzato, mi ricordai di lei. Sì, era la ragazza
che incrociavo sul lungomare tra Furci e Nizza, la ragazza che correva nel sole
e sorrideva dolcemente ad una signora âgée, che passeggiava guardando il mare.
Il mural di Salvo Ligama, nel momento in cui è stato svelato il 25 novembre
scorso a Nizza, l’ha riconsegnata alla mia memoria e alla mia tenerezza in
quell’immagine sorridente dallo sguardo triste.
Perché una ragazza bella, intelligente, impegnata nello studio, cade nelle
trappole di un amore tossico? Questa la domanda che tormenta tutti. Quel mural
pone chi lo guarda nella dimensione di una riflessione consapevole.
Ben vengano le città con le mura dipinte, come nella città del Sole, nella quale
i solari, nella immaginazione di T. Campanella, imparano in un anno quello che
gli altri imparano in quindici anni.
Lorena, in pigiama a righe, tra le braccia del suo aguzzino (che non si vede in
faccia) sembra provare la sindrome di Stoccolma: incredulità, impegno nel lavoro
fisico e mentale, la fiducia che gli atti di sporadica gentilezza del suo
carnefice possano tramutarsi in un suo effettivo cambiamento. E poi la casa. La
casa come un campo di concentramento. Tutti che ignorano o fanno finta di
ignorare quello che succede lì dentro.
Questo il ricordo di Venanzio Gibellini, deportato a Flossenbürg, paese situato
ai confini della Cecoslovacchia, appena sceso dal treno proveniente da Bolzano:
«La distruzione della nostra personalità incominciava con l’apertura dei vagoni.
Sempre gridando SS e Kapò ci incolonnarono per cinque, così come degli automi
salimmo verso il paese in cima al colle, dove si trovava il Lager.
L’indifferenza della gente del posto al nostro passaggio era quasi totale».
Distruzione della personalità e indifferenza del vicino della porta accanto.
La soluzione? Quest’anno il manifesto per il 25 novembre del Coordinamento Donne
ANPI, sceglie l’immagine della giovane studentessa iraniana che coraggiosamente,
affrontando a testa alta le sicure torture, si rifiuta di aggiustare il velo e
si spoglia, rimanendo in biancheria intima. Il corpo non è un oggetto. Il corpo
non è un numero. Il corpo è mio e lo gestisco io! Gridavamo nelle piazze negli
anni ’70.
Libere di essere. Libertà di autodeterminarsi di scegliere autonomamente di fare
o non fare. Con Kant ripetiamo che il Tu devi è l’imperativo che solo la volontà
individuale deve darsi, determinandosi da sé.
Allora nessuno può imporre ad un’altra donna o altro uomo di fare o non fare
qualcosa.
Se il tuo uomo ti dirà che devi o non devi fare una cosa, lascialo è l’uomo
sbagliato. L’uomo che ti dirà: «Vuoi studiare le scimmie in Amazzonia? Fallo!».
«Vuoi fare aeronautica? Ti aiuterò a realizzare i tuoi sogni!» Quello è l’uomo
giusto.
Non bisogna aspettare il primo schiaffo. È troppo tardi.
E poi l’autonomia, la libertà di essere è soprattutto libertà dall’indigenza
economica.
Con Virginia Woolf diciamo che ogni donna dovrebbe avere una stanza tutta per sé
con la serratura alla porta e cinquecento sterline l’anno.
Finché ci saranno donne che non lavorano, donne che hanno salari poveri o che
sono sottopagate, avremo donne che non sono libere di essere.
Mura dipinte e tanta buona filosofia, che aiuta a pensare, forse questa la
strada per l’eliminazione della violenza, soprattutto quella di genere.
Perché Valditara non ci arriva?