Partigiani a Furci
Gli avvenimenti del 8-9-43 portarono sgomento e molta
confusione fra le file dell’esercito italiano, specie fra le forze armate che in
quel momento si trovavano fuori dei confini nazionali. I tedeschi non erano più
nostri alleati, ma non c’erano ordini chiari sul come comportarsi nei loro
confronti. Ne nacquero autentiche tragedie come quelle della divisione Acqui che
presidiava Cefalonia e le isole ioniche dell’Egeo. I militari, di fronte
all’intimazione di consegnare le armi ai tedeschi, decisero concordemente di
rifiutarsi e reagirono alle successive minacce ingaggiando un’accanita battaglia
che si protrasse dal 13 al 23 settembre. La sproporzione dei mezzi era tutta a
favore dei tedeschi chepotevano contare sull’artiglieria e sull’aviazione e, con
i loro bombardamenti, ebbero ragione del coraggio dei soldati italiani, al
solito male armati e alla fine costretti alla resa, dopo aver lasciato sul campo
un migliaio di morti. Quelli che fiduciosamente si arresero furono
ignominiosamente passati per le armi, fucilati e buttati in fosse comuni. A
Cefalonia, furono barbaramente massacrati 9.500 soldati e 390 ufficiali; qualche
migliaio fu deportato in Germania. Presi prigionieri dagli ex alleati, tanti
furono imbarcati su navi che li dovevano trasportare lontano, in porti da cui
sarebbe incominciata la loro vita di deportati in Germania. Alcune imbarcazioni
furono purtroppo bombardate e affondate mentre stavano lasciando i porti di
partenza; molti italiani annegarono.
L’Italia era divisa in due: al sud proseguiva l’avanzata degli alleati, anche se
con difficoltà, mentre il centro-nord era occupato dalle forze naziste con al
fianco i repubblichini di Salò. I militari allo sbando abbandonarono in fretta
le divise e cercarono la via di casa. I siciliani che si trovavano al nord
vissero momenti difficili. Impensabile e molto rischioso tentare di raggiungere
l’isola attraversando in lungo la penisola, dove infuriavano i combattimenti.
Difficile indossare semplicemente panni civili e confondersi con il resto della
popolazione senza avere rifugi sicuri e qualcuno che li ospitasse, esponendosi
così a rischi certi. Tanti sarebbero stati traditi anche dalla parlata
dialettale. La scelta era fra la deportazione in Germania, l’arruolamento fra le
file della R.S.I. o darsi alla macchia e continuare la lotta, aggregandosi alle
truppe partigiane che si stavano formando soprattutto al nord. Nel solo Piemonte
si contarono ben 6.000 partigiani meridionali e fra questi i siciliani furono
2.192, come riporta G. De Luna nel suo libro La resistenza perfetta. Non furono
molti coloro che vollero continuare a combattere per quello che una volta era
stato il loro Duce e pochi avevano un credo politico così forte da trasformarsi
in combattenti partigiani. Tra coloro che scelsero questa strada molti furono i
siciliani, dal mitico comandate Barbato, cioè Pompeo Colajanni, a tanti semplici
gregari. Fu così che la Resistenza Partigiana, che poca vita ebbe in Sicilia, al
nord contò tanti protagonisti isolani.
Il furcese Giuseppe Garufi fu tra questi e pagò con la vita la sua eroica
scelta. Allo scioglimento del gruppo militare di cui faceva parte decise di
rimanere in Piemonte, risalì la Val Sangone che porta al Sestriere, si unì alle
forze partigiane che operavano in loco, si occultò in un quieto lavoro, come
quel Giuseppe che Mauro Sonzini menziona in Siciliani e Resistenza, scavando
sabbia nel torrente Chisola. Nella lista dei 142 partigiani siciliani operanti
in val Sangone, Giuseppe Garufi, segnalato giustamente come nato a S. Teresa di
Riva, cioè a Furci che allora a quel Comune era unito, figura al 49° posto. Morì
il 1-9-44 in battaglia, in uno scontro contro i nazisti, a Cumiana.
Così figura nella lista dell’Istituto Piemontese per la Storia Patria:
Partigiano Giuseppe Garufi, nato a S. Teresa il 20-5-18, residente a Furci
Siculo via Cesare Battisti 160, della Divisione Autonoma Val Chisone, caduto il
1-9-44.
Della Divisione facevano parte elementi di diversa fede politica, cattolici,
repubblicani e monarchici assieme a uomini di sinistra e per questo si
dichiarava autonoma da tutti i movimenti politici.
Tra i caduti in Val Sangone figura Garuffi (sic!) Giuseppe, un cognome inusuale
per quelle terre, tanto da essere storpiato. Ma la gratitudine e la commozione
per la morte di questo ragazzo terrone che, per dare un futuro democratico alla
patria, aveva eroicamente combattuto fra le valli del Piemonte assieme a suoi
coetanei che portavano il cappello all’alpina, c’era tutta. La Stampa del
23-11-45 riferisce che il 25 ci sarà a Sangone la solenne commemorazione dei
partigiani della Divisione autonoma Val Chisone, caduti in combattimento contro
i nazifascisti, con l’inaugurazione di un monumento in cui vengono riportati i
nome degli eroi che si sacrificarono per la liberazione della patria. Tra questi
spicca il nome di Giuseppe Garuffi.
Un’altra lapide eretta a La Verna di Cumiana, posto che fu teatro di scontri fra
partigiani e fascisti, riporta il nome esatto del nostro Garufi.
Le forze della Divisione Alpina autonoma del Val Chisone, nell’autunno del ’44,
avevano avuto diversi scontri con le truppe nazifasciste venute da Pinerolo e
Torino per debellare e annientare i partigiani che controllavano le montagne al
confine con la Francia, che da poco aveva avuto lo sbarco in Provenza delle
truppe alleate. In uno di questi combattimenti trovò la morte il nostro eroe, da
noi purtroppo dimenticato. Sappiamo che la notizia del decesso di Giuseppe
giunse alla disperata madre nella stessa giornata, poche ore dopo che le era
stata comunicata la morte del figlio maggiore Luigi, che aveva perso la vita in
quello che è passato alla storia col nome di eccidio di Cefalonia.
Indicibile lo strazio della povera donna Sara, a quel tempo già vedova alla
notizia della morte dei due suoi figli che lo Stato le aveva rubato spedendoli
lontano a morire. ei giorni passati senza aver loro notizie avrà sperato che
fossero vivi, sperduti in chissà quale terra straniera. ma vivi; li avrà ogni
sera ricordati nelle sue preghiere. La morte dei suoi ragazzi era avvenuta a
distanza di un anno l’una dall’altra, ma le notizie in quegli anni così
sconvolti, non avevano la possibilità di arrivare in tempo. Nessuno si curava
della sofferenza di queste eroiche madri che convivevano giornalmente con la
disperazione nel cuore, sempre timorose di ricevere ferali notizie. Forse
qualcuno diceva pure che bisognava essere orgogliose di offrire il sangue del
proprio sangue alla Patria.
Autorità compunte, di consuetudine, esprimevano il loro cordoglio ai parenti dei
militari deceduti, non capendo quanto inutili fossero le parole. In Sicilia la
guerra era già un ricordo. Dall’agosto del ’43 non si sentivano più tuonare le
armi e il fronte era risalito in su, verso il nord Italia. Gli animi
cominciavano a rasserenarsi e a pensare che nemmeno altri vivessero immersi in
un clima di cruenti scontri.
Ma lo scotto ancora non era stato pagato per intero: la notizia arrivò
improvvisa.
Donna Sara pietrificata dal dolore visse il suo destino da Niobe senza colpe,
continuando a lacrimare come una fonte, punita non già dagli dei, ma dalla
crudeltà di uomini cheavevano scatenato un conflitto sanguinoso e inutile.
Franco Maccarrone, Furci Siculo terra d’incanto. Una comunità e la sua storia,
Arcari, Mogliano Veneto, 2015, pagg, 134-137
Luoghi della memoria (https://share.google/images/9mPk5fIQEHvhc3DqQ)






